L'Insegnante
L'infante nel ruolo di insegnante
L'Insegnante
L'Insegnante oilio su tela 200x150cm
By vanni mangoni / facebook.com

Insegnare nasce come termine per semplificare il concetto di imprimere un segno.
Ci sono insegnanti che insegnano da una cattedra, adoperando testi, grafici e lavagne, riportando lezioni apprese attraverso lo studio e la pratica al fine di aiutare i più giovani ad apprenderle. Sono quegli insegnanti che in società si assumono la responsabilità di chiamarsi e lasciarsi chiamare come tali.
Ce ne sono altri che insegnano da dietro una scrivania e davanti alla telecamera, che ci appaiono in uno schermo e ci suggeriscono accaduti degni di nota e spesso punti di vista da cui osservarli. Altri ancora leggono scritture considerate tradizionalmente assolute ed insegnano le loro interpretazioni, fornendo al prossimo norme morali e regole di condotta.
Poi ci sono quegli insegnanti biologici che ereditano la responsabilità di insegnare dalla scelta più o meno consapevole di diventare genitori.
La verità è che siamo tutti insegnanti poiché un segno, per quanto piccolo o grande che sia, lo lasciamo di continuo, attraverso le nostre parole, i nostri gesti, perfino i nostri sguardi. Ogni espressione che nasce da noi è un insegnamento di qualche tipo che il prossimo fa proprio attraverso la percezione e le proprie capacità cognitive ed interpretative.
La scelta del soggetto di questo dipinto nasce da questa consapevolezza e dal desiderio di portare l’attenzione su l’insegnante che passa più facilmente inosservato in tale ruolo, ma che, a mio parere, è quell’insegnante che ci insegna chi siamo realmente, cioè naturalmente, e che mai come oggi è fondamentale ricordarci.
Che sia l’innocenza con cui l’infante domanda, l’assenza di preconcetti che lo spingono a ciò che noi chiamiamo “osare”, la sua predisposizione al divertimento e al gioco, alla passione verso tutto ciò che è natura e avventura, attività, colore e movimento…che sia la sua innata arresa all’istinto che lo spinge a dire di no quando è no, a ridere quando se la sente e far sentire anche a chi gli è intorno che se ride è vero…che sia la sua trasparente vulnerabilità che non ha ragione di nascondere e che gli permette di pianger via il disappunto e ricominciare con la giusta leggerezza… l’infante è forse l’unico insegnante rimasto in questa società capace di ricordarci il senso della vita, i motivi per cui se c’è stata una scelta da parte nostra di essere qui, o ci sia almeno quella di restarci, è una scelta sensata.
C’è un motivo, c’è una forza, c’è una musica che suona dentro l’essere umano e che lo guida nella danza del momento, che a cuore aperto rivela un ritmo chiaro ed entusiasmante e a cuore chiuso resta muto. Quindi aprite bene le orecchie genitori di figli vostri o figli altrui, poiché c’è una speranza ed è piccola, ma agile, flessibile, attenta, energetica, libera, affettuosa, innocente, selvaggia, impavida, curiosa e vera. Nasce così anche dai più confusi e sonnambuli, e cammina al nostro fianco di continuo. Onoriamo quell’infante poiché è lì la nostra redenzione, come noi lo siamo dei nostri genitori. E’ lì per insegnarci con ogni sorriso, abbraccio, salto, inciampo, pianto e riso che se c’è un motivo di esistere è quello di sperimentare in che modo si può farlo e che non si finisce mai di imparare; per l’infante questo non è scoraggiante ma stimolante.
Prestiamo attenzione poiché è vivo in ognuno di noi, anche in quegli adulti che si arrabbiano quando l’infante si macchia i pantaloni puliti e che tra un anno verranno riciclati o buttati via. L’infante lo sa che quella scivolata sulla terra e sotto la pioggia ha più valore di qualsiasi marca ed è importante che avvenga. L’alternativa è vivere quell’esperienza indirettamente attraverso un personaggio che lo fa in un libro o in uno schermo ricordandogli che lui, o lei, invece, non può. Facciamo in modo che l’infante sappia che può, e che deve, altrimenti continuiamo a gettarci nelle braccia di un sistema che giustifica solo i “non si può” e riconosciamo la paternità a questo sistema senza lamentarci, poiché staremo scegliendo noi di esser solo figli suoi e non della natura che ci ha messo al mondo.
Spesso guardiamo al passato con nostalgia. Quella nostalgia è frutto di un cambiamento avvenuto che ha poco a che fare con l’invecchiamento del corpo e con l’età, ma con il mutare di un’attitudine verso la vita che da spensierato e libero è diventato serio, pauroso e scettico e di questo incolpiamo il mondo o la vita stessa. Eppure con ogni mano che punta il dito ci sono tre dita che puntano verso noi stessi, e questo non succede a caso. All’infante è concesso di sbagliare, di non sapere, di spender tempo con gli amici e amare chi gli pare e che gli pare, e quindi si concede la libertà perché sa di poterlo fare. Poi arriva un momento in cui questo non è più accettabile né dall’infante ora un po’ cresciuto né da chi gli sta intorno, come se davvero arrivasse un momento in cui smettiamo di sbagliare, in cui abbiamo appreso tutto, in cui il tempo con gli amici non è più importante e merita amare quel che fa comodo ed è privo di rischi. Ma lo è veramente?
Non è forse il perder tempo a costruire una vita non nostra il rischio più grande quando abbiamo i giorni contati ed è questa l’unica certezza?
Questo ci domanda l’infante quando ride, quando abbraccia un amico, un animale, quando crea, quando corre, quando balla, quando strilla…eppure la risposta ce l’abbiamo proprio nella nostalgia di quella libertà. L’infante c’insegna a vivere nel qui ed ora, a far quel che si può per rendere ancora più eccitante questo momento. Questa facoltà non va mai perduta, al massimo viene dimenticata. Ebbene abbiamo una medicina per la nostra memoria, gratuita e senza effetti collaterali, da assumere con la semplice realizzazione che anche gli infanti ci possono insegnare, e che se non ci sentiamo soddisfatti forse abbiamo ascoltato gli insegnanti sbagliati fino ad ora.
L’infante ci insegna tutto sull’assenza delle barriere e dei pregiudizi quando si tratta di viver bene e amare veramente, che le caratteristiche dell’altro si dissipano a cospetto della genuinità e dell’amore dimostrato, che il colore della pelle separa effettivamente l’uno dall’altro quanto il colore degli occhi o della maglietta se è per questo. Ci ricorda infatti che le barriere non esistono a meno che non si credano reali, che si usano solo per mantenere un senso di sicurezza personale fragile poiché fondato sul timore e sull’ignoranza, e che non importa quanto siano decorate e costose, le barriere servono solo a rinchiuderci. Al chiuso siamo protetti solo dall’aperto. L’infante ci insegna della magia e della meraviglia dell’aperto, quindi prestiamo attenzione noi apprendisti, poiché l’aperto può intimidire più di ciò che sta all’interno delle nostre mura, forse, ma è solo là fuori che il nostro scopo può essere adempiuto.
Lasciamo che l’infante dentro di noi ci guidi a scoprire di cosa è realmente fatto il tempo, e sforziamoci per rimuovere quei timori che ci hanno reso sudditi e non sovrani di noi stessi.
Noi SIAMO sovrani di noi stessi.
Insegnanti, giornalisti, contadini, bar tender, lettori, elettori, italiani, albanesi, pakistani, americani, inglesi, capitalisti, indigeni, uomini e donne delle prime nazioni, occidentali, tibetani, cristiani, induisti, atei, gay, etero, poliamorosi, psiconauti, scettici, timidi, coraggiosi, ambientalisti, animalisti, menefreghisti, vegani, carnivori, sungazers, uomini e donne di città, di campagna, di mare e di montagna...la diversità è sacra nel momento in cui il filo che intesse le nostre vite è riconosciuto come lo stesso. Oltre le molecole e le pennellate di materia che ci ritraggono alla vista altrui, vive quello spirito in cui tutti siamo uniti. L’infante questo lo sa senza nemmeno comprenderlo.
Il nostro compito come insegnanti è quello di riconoscere ciò che ha effettivamente servito la nostra felicità, la nostra salute, e la sanità dei nostri rapporti, dando valore a quello o scoprirlo per la prima volta, investirci il nostro tempo e la nostra dedizione, e gioire dell’esempio che stiamo offrendo. Lasciamo ai piccoli l’eredità che avremmo desiderato ereditare noi; la responsabilità del loro futuro non è loro, ma è nostra.
E’ arrivato il momento di guardare da studenti quella piccola creatura dagli occhi lucidi e pieni di speranza che cammina fiduciosa accanto a noi e che al tempo stesso scalpita nei nostri petti e ringraziarla per ricordarci che nasciamo liberi e che questo non può cambiare perché è intrinseco alla nostra natura. Diamo un senso al dono di questa libertà, dinnanzi al quale qualsiasi altro dono scompare, e ispiriamo noi stessi e i nostri piccoli danzando a quella musica, intonando quella canzone, dipingendo quella visione…per il nostro bene e quello delle future generazioni.

V.

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